NON SEMPRE I PREPOTENTI CI PENSANO
E tuttavia a volte non ci pensano, i prepotenti, che può capitare che i deboli abbiano amici molto più forti di loro. Per esempio qui ce lo ricorda, da par suo, Omero (Iliade, I, 33-49)
Il re disse così. Il vecchio ebbe paura e obbedì al comando. E in silenzio andò verso la riva del mare echeggiante.
Ma qui, ora che era solo, pregò a lungo, rivolgendosi al signore Apollo, al figlio di Latona dai bei capelli: "Arco d'argento, ascoltami, tu che proteggi Crisa e la divina Cilla, tu che sei signore di Tenedo, o Sminteo, se mai ho eretto per te un santuario da te gradito, se mai ho bruciato per te cosce grasse di tori e capre, esaudisci la mia preghiera: che i Greci paghino le mie lacrime con le tue frecce".
Così disse, pregando. E lo ascoltò Febo Apollo, e scese dall'Olimpo con il cuore pieno di rabbia, l'arco in spalla e la faretra ben chiusa, da entrambe le parti: e si sentivano le frecce risuonare sulle sue spalle, a ogni movimento. Era furente: scendeva, come la notte.
Si fermò distante dalle navi. Scoccò una freccia: fu terribile il gemito dell'arco d'argento.
È interessante notare come in questo, che è tra i più bei brani dell'Iliade (I, 33-49) tutto sia definito dai suoni: la preghiera sullo sfondo del mare rumoreggiante, le frecce che sbattono l'una contro l'altra nella faretra, il pauroso stridere dell'arco quando parte la prima freccia.