domenica 11 novembre 2012

Che belli, i tempi di B

Ai tempi di B era tutto più facile. Lui era la merda pura, noi eravamo diversi. Noi non sbagliavamo i congiuntivi, non storpiavamo le parole latine, non ci appiccicavamo i capelli finti, non andavamo a puttane. Tolto lui, come un molare infetto e dolente, tolte di torno le sue orge e le sue ville con vulcano, le sue corna e le sue barzellette tombali, saremmo finalmente risorti.
O addirittura visovti, come diceva quello là (comunicandoci en passant che l'Italia era morta già nel '92).
Ve lo dico subito: anche se fossi il tipo da caroselli in auto, non mi sarei unita ai festeggiamenti. Perché B comunque se ne è andato tardi, troppo tardi, e non scalzato da noi, ma dallo spread.
E poi, è arrivato l'altro. L'altro era praticamente il massimo che potessimo desiderare. Sobrio. Serio. Rispettato da tutti, quanto l'altro era universalmente sbertucciato. Freddo e composto quanto quello era donnaiolo e sbracante. Colto, dice perfino Brûxelles, con la û alla francese (un vezzo che però io considero una prova di idiozia, allora perché non dici anche Niuyòk e Scicagou?)
Comunque.
Ma la sostanza è che con i suoi modi compìti, con i suoi abiti sartoriali, con i suoi sobri capodanni in famiglia quello sta facendo ancora peggio. Forte delle sue virtù, nascondendo dietro parole falsamente rispettose e spesso melliflue il suo sostanziale disprezzo per la democrazia ("i parlamenti vanno educati"), segue la sua cieca ideologia senza guardare niente e nessuno: non i disoccupati, non il crollo dei servizi pubblici (scuole e ospedali sono in uno stato che implica ormai più sbalordimento che indignazione), non gli stessi dati economici (debito, deficit, occupazione), che mostrano che il Paese sta agonizzando.
Sostanzialmente separato dalla realtà (per quanto sobrio, appartiene anche lui al mondo dei ricchissimi), esegue il mandato che il suo ceto e il suo mondo gli hanno affidato, incurante di sacrificare una generazione, "perché uno statista guarda al futuro".
Quel futuro, come diceva Keynes, in cui saremo tutti morti.

L'ora fatidica non deve passare

L'importante è non farsi sorprendere svegli da un'ora in cui il figlio potrebbe ragionevolmente rientrare: diciamo, riuscire ad addormentarsi entro mezzanotte. 
Se superi la soglia fatidica, è finita: cominci ad aspettare. E addio sonno. Non c'è bisogno delle equazioni di Einstein, la legge della relatività ti piomba addosso con tutta la sua forza: ogni minuto è lungo come un'ora. 
E lui non torna. 
Come di prammatica, ti giri e rigiri nel letto. Cerchi di ingannare il sonno, di intrappolarlo fingendo di dormire. Ma ormai tendi l'orecchio a ogni scricchiolio, a ogni motore che si fermi sotto alla finestra: è pazzesco quanti scricchiolii e quanti motori, all'una di notte. 
Ora va peggio, entri nel territorio dell'ansia vera e propria: di solito torna alle due e sono già le due e mezza (se fosse in moto saresti già alla fase panico, ma per fortuna è in macchina). 
Mandare un sms? Per carità, ha vent'anni, sai che figura con gli amici. 
Ti attacchi a Facebook, guardi foto, le guardi e le riguardi mille volte, passi a Twitter, spii altrui conversazioni. 
Le tre. Non è mai tornato alle tre. 
Non lo chiamo. Ho avuto una madre ossessionante, non voglio seguire le sue orme.
Un giocattolo parlante del figlio piccolo di colpo parte da solo nell'oscurità e dice "A presto!". Cerco di interpretare questo presagio (da un certo punto di vista, in effetti, le tre del mattino
è presto).

Scaccio fantasie di ambulanze. 
Controllo se ho messaggi sul telefonino. 
So che non può esserci nulla di nuovo, ma torno su Facebook. Poi su Twitter. Ascolto a basso volume una canzone dei Modà ("La notte"). Cerco di riconciliarmi con la notte. Richiamo ricordi (lontanissimi) in cui tiravo mattina con gli amici. Ricontrollo se ho messaggi sul telefonino. 
Alle tre e ventisette una chiave gira nella toppa. Silenzio. Passi. Luce che filtra dalle fessure della porta. 
Una palla di piombo si trasforma d'un tratto in un palloncino e vola via dal mio petto. 
Fingo di dormire come un masso. 
Tra un po' dormo.